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mercoledì 18 giugno 2014

Yara Gambirasio, Motta Visconti e Davide Frigatti: similitudini, diversità

I fatti

Yara Gambirasio: è il 16 giugno 2014 quando, dopo circa 4 anni di indagini, gli inquirenti annunciano di aver finalmente individuato l'assassino di Yara Gambirasio.
Yara è una giovane 13enne che, uscita una sera del 2010 dalla palestra, viene avvicinata da un uomo di 44 anni che le offre un passaggio. 
L'uomo non è il classico sconosciuto dalla quale sarebbe potuta scappare, cercare aiuto, urlare bensì un vicino di casa incensurato, padre di tre figlie della stessa età della piccola.
Una persona conosciuta e facente parte della sfera familiare allargata. "Insospettabile".

Motta Visconti: il giorno dopo, 17 giugno 2014, Claudio Lissi uccide la moglie Cristina e due figli ancora in fasce; dopo aver inscenato una falsa rapina va al bar per vedere la partita dell'Italia ai mondiali e festeggiare la ritrovata libertà. Invaghitosi di una collega che non lo corrispondeva decide di uccidere moglie e figli alla ricerca di una chimera. Anche questo omicidio plurimo avviene nell'ambito familiare. Ed anche in questo caso il coro dei vicini è unanime: "insospettabile".

Davide Frigatti: 18 giugno 2014, Davide Frigatti, 34enne di Cinisello Balsamo esce in strada e in preda ad un raptus omicida, impugna un coltello uccidendo un addetto dell'autolavaggio e ferendo due persone. Quando gli inquirenti lo arrestano sta ancora delirando frasi sconnesse. Anche in questo terzo caso si parla di un "insospettabile" ma questo, al contrario degli altri due non ha nulla a che fare con la sfera della famiglia e le vittime sono state scelte a caso.

Considerazioni

Tutti e tre fatti sono deprecabili e senza dubbio da condannare ma il motivo per il quale ne parlo è che sono accaduti a distanza di poco tempo l'uno dall'altro ed il bombardamento mediatico che ne è conseguito è davvero ingente seppure con sfumature differenti.
I primi due sono omidici in famiglia: un mix morboso di fascino ed orrore, repulsione ed attrazione che si snoda inevitabilmente dentro di ciascuno di noi per questi atti tanto comuni quando efferati.
Ho parlato lungamente di Yara a pranzo con un collega: essendo un padre di famiglia, si è proclamato inerme di fronte all'educazione preventiva da dare ai propri figli.
Da genitore si chiedeva quali fossero i parametri da insegnare alla propria prole per potersi difendere da queste situazioni.
Poche ore dopo ho affrontato il discorso di Claudio Lissi con una cara amica che si è dichiarata scandalizzata dalle motivazioni del delitto di Motta Visconti.
Le motivazioni. Come se cambiassero qualcosa in un triplice omicidio: ci sono forse motivazioni che possano reggere in un atto così scellerato?

Su facebook sono nati diversi gruppi per il linciaggio di entrambi i personaggi. Così come una volta la folla trascinava il colpevole o presunto tale sulla pubblica piazza per la lapidazione, l'evoluzione tecnologica della piazza è diventata il social network dove la rabbia repressa delle persone si esprime in tutta la sua forza.
Opinionisti e giornalisti si alternano per sfoggiare articoli e trasmissioni d'effetto che la gente assimila ed amplifica. Se ne parla al bar, la sera a casa, insultando gli attori di questi atti, condannandoli...
Queste cose fanno molto audience e quindi la notizia viene condita in tutte le salse e da tutti i media invadendo le strade, le case...

Frigatti ne è la conferma. Questa mattina leggevo il giornale: volendo scrivere un articolo sull'argomento mi sono soffermato sulla notizia di quest'uomo.
Arrivato in ufficio ho chiesto se qualcuno avesse saputo di Frigatti ma nulla. Durante il pranzo ho chiesto al collega con il quale parlai di Yara ma niente. Con un sms chiedo alla mia amica con la quale parlai di Lissi ma anche lei non ne sa niente.
Ed in quel momento realizzo che davvero Davide Frigatti non fa notizia o almeno, non quanto ci si aspetta.
Con una macabra logica, la notizia si esaurisce quasi subito.
Non si parla di vicini di casa, di appartenenti allo stesso nucleo familiare ma di un emerito sconosciuto che uccide emeriti sconosciuti e allora nel pomeriggio già non se ne parla più...

Cogne e la sua villetta dove la Franzoni consuma il proprio orrore sul figlioletto, il baretto di Montecchio di Crosara dove Maso recluta gli amici per uccidere i genitori, Prosaglio d'Iseo dove scompaiono i Donegani per mano del nipote o ancora il famigerato Erba: paesi sconosciuti, piccoli, quasi insignificanti ma che sono rimasti scolpiti nella memoria collettiva per i delitti che sono stati perpetrati.
Un elenco infinito di salottini arredati con cura, gerani alle finestre, cucine monoblocco, forni a microonde, talvolta il pianoforte in angolo dove un giorno scatta qualcosa che ribalta la facciata che ognuno si costruisce dietro e si dà sfogo alla frustrazione.
Inutile accusare la televisione, facebook, la società. Questi omicidi ci sono sempre stati. Solo che adesso fanno notizia e sono raccontati.

Chi sono gli autori? Forse dei mostri? No, sono persone come noi.
Il fatto di classificarli come mostri semplicemente mette al riparo la nostra mente dal dubbio.
Si perchè noi SAPPIAMO di non essere mostri; ne siamo sicuri! Ed allora prendiamo le distanze: ci scandalizziamo, facciamo i giudici e giuria e vorremmo lapidarli su pubblica piazza perché così ci sentiamo... a posto con la coscienza.

Non sono uno psicologo e non conosco quali dinamiche scattino nella mente umana che realizza questi gesti. Da amante dei cani, ogni volta penso sempre che loro, a nostra differenza, non compirebbero mai gesti simili, forse perchè non sono ingabbiati in regole sociali che giudicano gli adulteri, forse perchè più liberi di esprimersi senza pregiudizi, di vivere senza troppe domande. Sono consapevole di cadere nella retorica e qualunquismo e per questo invito chiunque legga questo articolo a pensare, semplicemente che queste cose sono sempre accadute e sempre succederanno.
Semplicemente ora fanno più notizia perchè i mezzi di comunicazioni si moltiplicano e perchè queste sono il genere di informazioni che smuovono l'audience.
Non ho risposte per il mio collega e nemmeno per la mia amica ma penso che una possibile soluzione possa essere ascoltare le persone che ci stanno intorno; non basta sentirle, ma bisogna ascoltarle.

Forse potremmo capire di più di ciò che ci circonda... altrimenti rimarremo sempre dei giocatori della domenica che passano da una partitella all'altra sulla spiaggia mentre la partita della nostra vita scorre davanti a noi.

giovedì 14 novembre 2013

Cosa è Evernote?

E' difficile spiegare cosa sia Evernote...
Un insieme di note? Un servizio via web?
Qualche mese fa avevo scritto un articolo dove raccontavo su come fare una tesi nel 2013 avvalendosi delle tecnologie informatiche: Tesi nel 2013 con il Cloud.
Oggi ho deciso di sviluppare maggiormente il discorso su Evernote in un articolo per Widemash.
Mi farebbe piacere avere i vostri commenti su questo articolo.

martedì 8 ottobre 2013

Lettera aperta a RudyBandiera e problemi di privacy

E' l'8 ottobre 2013 quando RudyBandiera pubblica un articolo nel quale descrive Google come un'azienda straordinaria ma anche bacchettona e monopolistica (qui il suo articolo).
Rudy è un blogger, un Social Media Manager ma prima di tutto un uomo che stimo professionalmente sebbene non l'abbia mai conosciuto di persona.
Mi ritrovo in ciò che descrive e ritengo le sue analisi spesso imparziali e puntuali.
In particolare, in questo articolo, conclude dicendo che una delle cose più importanti sul web è la consapevolezza e come non essere d'accordo su questo?

Dopo aver citato la sua opera ed avendo accennato la mia recente rivisitazione della privacy su web, mi risponde così:
Decido quindi di scrivere una lettera aperta perché 140 caratteri sono davvero pochi per ciò che penso su questo argomento.
Iscritto dal 2007 su twitter, ho limitato per anni la mia presenza sul web a poche interazioni sporadiche ma con l'acquisto di uno smartphone 3 anni fa, questo scenario è cambiato.
La connessione in mobilità è entrata prepotentemente nella mia vita come in quella di milioni di italiani ma con essa si sono innescate una serie di dinamiche a me, prima, sconosciute. Consapevolezza, appunto.

L'attivazione di un account Instagram, Flickr, Facebook, Google+ e Foursquare mi hanno coinvolto e il numero di condivisioni da me fatte, con il senno del poi, è stato davvero notevole.
Condivisione: questo termine che cattura l'attenzione di coloro che usano i social network sembra essere ormai una parola di cui si abusa ed aziende come Google (ma non solo) monetizzano tutto ciò.

Giusto? Sbagliato? Penso che la domanda più corretta debba essere "mi sta bene?"
Le teorie sono tante e i fiumi di bit scritti in merito sono notevoli... C'è chi ne è contrario, chi la osanna, chi la usa sporadicamente e cadere nel qualunquismo è davvero facile...
Sui social ho conosciuto persone straordinarie e altre spregevoli, gente che si finge allegra e gentile ma quando la conosci ti accorgi essere dei pitbull sempre nervosi... ma nuovamente la parola d'ordine deve essere consapevolezza prima di condivisione...

Ciò di cui mi sto rendendo sempre più conto è che la conclusione di Rudy è importate per tutti coloro che utilizzano il web.
Sebbene sia anche io un fan di Google, ultimamente mi dà sempre più fastidio che, ad esempio, navigando su un sito di ecommerce mi appaiano i banner della compagnia aerea che sto utilizzando negli ultimi mesi per viaggiare...
Ed allora cosa fare?
Non c'è una soluzione univoca: è difficile rinunciare a servizi di qualità e lo stesso blog che sto sfruttando in questo momento con Chrome (il browser di Google) è di Google... Tuttavia ritengo importante, da utilizzatore massiccio di queste tecnologie, limitarne l'utilizzo.
Ultimamente sto eliminando alcuni account superflui e nel prossimo futuro scriverò anche un articolo in merito.

Insomma, per rispondere a Rudy, ciò che mi sta succedendo in questo periodo è un aumento di consapevolezza (penso di aver scritto questo termine almeno 20 volte in queste righe ma... repetita iuvant :-)) anche a seguito di alcuni eventi personali legati a questo mondo che mi sono capitati.

Seguirà prossimo articolo in merito...

giovedì 4 luglio 2013

Le piazze pedonali sono un bene comune


Piazza Bodoni, in centro Torino in una giornata di sole della tanto attesa estate 2013. 

Seduto su una panchina con una collega ammiro la bellezza di questa piazza e cerco di catturarla in uno scatto usando la funzione "Panorama" del mio smartphone.
Mi accorgo solo dopo che al centro campeggia un cestino della spazzatura ma anche lui fa parte dell'arredo urbano e lo lascio sostare allegramente al centro della foto.

I palazzi signorili fanno da cornice a questa splendida piazza torinese ed il monumento in bronzo che raffigura il generale e ministro Alfonso La Marmora torreggia al centro.
Il sole un po' primaverile, un po' estivo fa venir voglia di socializzare, rincorrere un pallone o parlare mentre con i suoi raggi ti riscalda la pelle.
Una mostra allestita dal comune di Torino divide i due dehor dei bar ai lati opposti e qualche curioso passeggia da un pannello all'altro osservando fotografie esposte, soffermandosi sulle più belle e sventolando foglietti cercando refrigerio come se fossero improvvisati ventagli.

Un rumoroso drappello di ragazzi del liceo Gobetti improvvisa una porta con un paio di zaini ed i ragazzi giocano al cambio del portiere. 
Ad un certo punto il pallone si impenna finendo vicino ad uno dei dehor; il più coraggioso si avvicina ad orecchie basse per recuperarlo accettando di essere redarguito da un cameriere indispettito; ritorna dalla combricola ridendo con quel candore proprio della sua giovane età.
Un paio di donne parlano per venti minuti e nulla sembra distrarle, nemmeno un nugolo di bambini, probabilmente di qualche Estate Ragazzi che attraversa la piazza urlando festosi; a nulla sembrano servire le rimostranze delle maestre che richiamano i ragazzini inebriati dal sole tiepido faticando non poco a tenerli in riga.

Tutta la scena è accompagnata dalle note della musica che esce dalle sale del conservatorio adagiato pigramente su un lato della piazza tra i due dehor. Dalle finestre aperte si sente il suono del contrabbasso, uno studente si cimenta in scale tonali come un tenore che si stia preparando a cantare ad un concerto ed un pianoforte si esibisce in una melodia a me sconosciuta quanto piacevole.

E poi ci sono i lavoratori che, come me, si godono questo spettacolo; siedono sulle panchine a parlare con i colleghi oppure a fumare o, semplicemente, a godersi qualche minuto di sole e relax prima di rientrare alle proprie occupazioni.
Le piazze pedonali sono un bene comune. 
Per anni questa piazza ha visto auto sfrecciare in improbabili manovre, driblando pedoni che attraversavano la strada. Sorrido pensando alle solite polemiche dei commercianti quando sono iniziati i lavori che avrebbero cambiato l'aspetto della piazza: gli stessi, oggi, si leccano le dita per i fiumi di persone che ogni giorno l'attraversano.
Le piazze pedonali sono un bene comune ed è bello vivere in una città come Torino che ne ospita un così grande numero.

domenica 16 giugno 2013

Psicologia, neuromarketing, oncologia e neuroscienza: il caso Mirko La Bella

Nel corso della nostra vita incontriamo centinaia di migliaia di persone.
La maggior parte ci lascia indifferenti, altre sanno catturare la nostra attenzione, ma sono pochi coloro che riescono a comunicarci qualcosa di diverso, un'energia che ci avvolge e sa coinvolgerci, che ci porta a voler andare oltre.
Questo è stato, per me, il caso di Mirko La Bella
 
L’ho conosciuto il 5 giugno 2013, in occasione della cena di fine anno degli insegnanti della Fondazione Università Popolare di Torino presso la quale Mirko tiene il corso di Psicologia clinica ed oncologica. Un nome altisonante e, per me, oscuro, che ha catturato la mia attenzione.

E' un tipo poco appariscente, elegante ma non spocchioso; con i suoi occhietti ti scruta in modo intelligente, mai provocatorio e la prima impressione è quella di un ometto gioviale. Quando inizi a parlarci insieme, la prima cosa che noti è una passione straripante per quello che fa e ciò traspare da tutto il suo essere.
Abbiamo parlato di argomenti di scienza e di divulgazione, di PNL e Neuroscienza, di esperimenti pubblicitari nonché di donne… ma, forse, quest'ultimo argomento esula dallo scopo del post :-)
Dopo quella chiacchierata ho deciso di avventurarmi in un'intervista per dare maggiore visibilità al suo corso ed alle sue iniziative perchè, in fondo, è riuscito a suscitare in me l'interesse di esplorare più da vicino ciò di cui si occupa cosa che ritengo essere una qualità della quale pochi si possano vantare oggi come oggi.
 
 
Domanda: Mirko sei un medico e cosa pensi dei medici?
Sono uno psicologo specialista in psicoterapia. 
Non sono medico, ma ho avuto modo di osservare, durante i miei tirocini ospedalieri, il mondo dei medici. 
La parte psicologica, le emozioni, il modo di relazionarsi è stato per troppo tempo considerato dalla medicina ufficiale come qualcosa di legato "alla buona educazione", al "buonismo". Le neuroscienze e le scienze cognitive sono oggi in grado di osservare il funzionamento mentale, per dir così, “in diretta” con Risonanza Magnetica funzionale, elettroencefalogrammi, e altro ancora. 
 
Molto è stato scoperto. Basta pensare ai Neuroni Specchio che spiegano molto di ciò che viene denominata “empatia”, oppure agli studi di Fabrizio Benedetti, neurofisiologo di Torino, sul cervello del paziente (tra l’altro il 23 novembre prossimo sarà per noi un onore ospitarlo in un convegno, gratuito e aperto a tutti, proprio in collaborazione con la Fondazione Università Popolare di Torino presso l'Aula Magna dell'ITIS Avogadro). 
 
La fiducia, ad esempio, è il primo atto terapeutico che passaper un "farmaco", favorendo la produzione dell’ossitocina, un ormone i cui recettori si è scoperto essere presenti all’interno del cervello. La somministrazione di questo "farmaco" avviene attraverso la buona capacità del medico di comunicare e di dare fiducia. Questa capacità è alla base di qualunque terapia e si rivela fondamentale per l’aderenza alle cure proposte. 
Ecco che, grazie a questi studi, si riesce a dialogare con i medici, adottando in parte il loro linguaggio e, di converso, riuscendo a trovare ascolto. Incrementare tali elementi di contatto, oltre che rendere meno stancante il lavoro del medico, garantirebbe meno ricoveri e costi sanitari minori. 
 
Questo è quanto riferisce, ad esempio, il programma di Medicina Narrativa portato avanti dall'Istituto Superiore di Sanità. Il paziente deve essere ascoltato nella sua interezza e non solo "riparato" , pezzo per pezzo, quasi fosse una macchina. La malattia va compresa a 360°. 


Domanda: quali sono le attività lavorative di cui ti occupi attualmente e le loro finalità?
Attualmente sono libero professionista e mi occupo di psicoterapia. Si tratta dello sviluppo di strategie di miglioramento personale. Ma non solo. Mi occupo di divulgazione scientifica e nutro un particolare entusiasmo per una materia: si tratta del neuromarketing
 
Questa nuova disciplina si occupa di capire come i brand, i marchi, dei prodotti che ci circondano influenzino il nostro modo di pensare e di scegliere. In breve, come il marketing sia in grado di modulare la nostra mente. Pensiamoci: se vi dicessi "Ambrogio", scommetto che a molti di voi verrebbe in mente un’azienda in particolare; ma non solo. Verrebbe forse in mente, di tutta la gamma di prodotti che essa vende, solo un prodotto ben preciso; richiamereste alla mente la pubblicità collegata e sapreste dare informazioni chiare e pertinenti sul packaging e sulle caratteristiche del prodotto legate al suo sapore ed alla sua composizione.

Eppure quell'azienda non vi ha mai chiesto di "imparare" tutte queste informazioni. In qualche modo, uno dei nostri neuroni è stato "occupato abusivamente". Credo che sia importante informare le persone di tali tecniche, stimolando quindi acquisti più consapevoli. 
 

Domanda: ci sono fondamenti scientifici? Gli esperimenti sono ripetibili?
Per quanto riguarda la scientificità ed il numero di esperimenti esistono ormai studi ed evidenze forti.
Dall'oncologia al neuromarketing strumenti come Risonanza Magnetica, Tomografia ad Emissione di Positroni e Biofeedback consentono di comprendere il funzionamento mentale e l'esito di terapie. 
La psicoterapia, la cura con le parole, si è rivelata in grado di modificare il metabolismo cerebrale e di agire meglio di molti psicofarmaci.
L’osservazione di parametri immunitari ha peraltro validato l'utilizzo di tecniche "alternative", quali la meditazione e lo yoga. 
E' un periodo storico molto stimolante e le ricerche stanno mostrandoci i limiti di un approccio epistemologico e conoscitivo fondato su una razionalità pura ed esclusiva: siamo esseri umani e lo siamo per la nostra capacità di provare emozioni, molecole di emozioni.
 
Domanda: è la tua prima esperienza come "insegnante"? e come è stata l'esperienza all'Unipop?
Da tempo mi occupo di divulgazione scientifica indipendente, ma questa è la mia prima volta in qualità di "docente" nell'ambito di un corso che dura un anno. L'esperienza all'Unipop mi ha davvero sorpreso. 
Vedere persone molto preparate, interessate ed appassionate di cultura in un momento storico come questo riempie il cuore ed alimenta la speranza. Persone che, dalle 19 alle 23 di sera, dopo giornate di lavoro, vengono a frequentare i corsi non per "passare l'esame" o per "il titolo", ma per imparare e condividere, bè, questo mi ha davvero sorpreso. 
 
Alcuni dei miei allievi, di lezione in lezione, condividevano libri, recensioni e articoli della rubrica "Tuttoscienze" che parlavano di argomenti trattati nel corso, come l'epigenetica o i meccanismi di funzionamento della plasticità neurale. 
L'Università Popolare è una realtà unica. 
Un esempio di come con pochi mezzi economici (non ha sponsor di alcun tipo) si possa condividere cultura di altissima qualità. 
 
 
Domanda: Cosa significa, per i non addetti ai lavori il titolo del tuo corso e perchè potrebbe venir voglia di parteciparvi?
Il titolo del corso che ho il piacere di condurre per il secondo anno è un po’ impegnativo. "Psicologia Clinica ed Oncologica".

La prima parte del titolo si riferisce agli aspetti del funzionamento della mente umana. La lente con cui si
leggeranno tali aspetti è quello della nuova scienza chiamata PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia). Si tratta di una scienza in grado di spiegare come ogni atto psichico, ogni spinta emozionale, sia in grado di modificare il sistema immunitario ed endocrino e neurologico. In questa prima parte si affronteranno i maggiori "disturbi" mentali, intesi non come "malattia",ma come migliore adattamento possibile all'ambiente relazionale e sociale in cui ci sitrova, specie quando veniamo al mondo. La seconda parte del titolo è "oncologica". 
L’obiettivo della seconda parte è, una volta compreso il funzionamento della mente, capire come ci si adatta ad eventi drammatici, quali avere un cancro o convivere con una malattia cronica. 
La seconda parte del corso è studiata in modo da presentare agli allievi dei "mini convegni", a mezzo di lezioni magistrali tenute da alcuni esperti di eccellenza della sanità piemontese. 
Quest'anno abbiamo avuto il piacere di ospitare, tra gli altri, il Dott. Alessandro Comandone, primario di oncologia dell'ospedale Gradenigo, insieme ad Ernesto Bodini, dell'associazione Gruppo Italiano Tumori Rari onlus
 
Abbiamo avuto anche molte altre associazioni che, oltre alla partecipazione diretta nelle lezioni, hanno concesso il patrocinio al corso quale indice di qualità. 
Devo quindi nominare e ringraziare, oltre al Gruppo Italiano Tumori Rari, anche l'associazione RAVI (Ricominciare a vivere dopo il cancro al seno), l'associazione VIP Torino (Viviamo in Positivo Onlus) con i fantastici clown di corsia e la SIPNEI Sezione Piemonte (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia). Un doveroso ringraziamento è massimamente dovuto a coloro che hanno creduto in questo progetto e hanno permesso la sua realizzazione: il Dott.Eugenio Boccardo (Presidente della Fondazione Università Popolare di Torino) e il Dott.Enrico Maria Panattoni (Coordinatore Didattico).
 
Il corso è impegnativo: del resto, scoprire come funziona la nostra mente e come possiamo usarla al meglio nella salute e nella malattia credo possa interessare molte persone.
In particolare, il corso di quest'anno ha visto partecipare alcuni malati, familiari ed operatori desiderosi di essere aggiornati. Mi ha fatto piacere anche avere tra i discenti alcuni studenti di psicologia e cultori della materia. 
Quest'anno la "classe" è stata straordinaria; un gruppo formidabile che ha reso possibile incontri e collaborazioni anche tra i membri della classe stessa, in un’ottica di supporto e condivisione. Basti pensare che alcune persone sono andate a fare volontariato in associazioni incontrate a lezione e ad una studentessa di psicologia è nata l'idea di fare una tesi di laurea proprio in psicologia oncologica.
 

Domanda: quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad avvicinarti a questa "disciplina"?
Ho sempre amato la psicologia clinica ma, causa alcune vicende personali, mi sono trovato a stretto contatto con il mondo dell'oncologia. Poi ho svolto il tirocinio di specializzazione in strutture di psicologia clinica ed oncologica ed ho pensato di trasformare le crisi che ho subito in opportunità di condivisione. Avere superato tanti momenti difficili mi permette oggi di godere di una doppia prospettiva: da “operatore” ma, soprattutto, da "paziente". Quel tipo di prospettiva che ti mette in grado di cogliere aspetti e collegamenti che non trovi sui libri, ma nella vita.
Che dire...
Complimenti a Mirko La Bella; il prossimo anno non mi dispiacerebbe partecipare al suo corso e spero, con questa intervista, di aver invogliato il lettore a fare lo stesso o, quanto meno, ad approfondire questo argomento.

sabato 25 maggio 2013

Convergenza di... tecnologie e processi produttivi


Convergenza è un termine al quale penso ogni volta che si parla di nuove tecnologie o nuovi processi produttivi all'interno delle aziende.

L'ho constatato diverse volte nella mia vita informatica ma anche in quella professionale: quando una nuova tecnologia o un nuovo processo subentra al precedente vi è un periodo di convergenza nel quale il vecchio ed il nuovo si fronteggiano camminando insieme per un lasso di tempo più o meno lungo...
Il fatto è che non sempre il risultato è scontato.
A volte (spesso) capita che il nuovo soppianti il vecchio, altre (raro) che il vecchio riesca a resistere o, ancora (frequente), che i due continuino a viaggiare insieme ritagliandosi fette di utilizzo diverse a seconda delle condizioni al contorno di cui la persona diventa fattore discriminante...

Questo lungo preambolo vuole essere un'introduzione alla notizia presente oggi sul blog del bravissimo giornalista Pino Bruno che racconta una interessante iniziativa Zanichelli:
http://pinobruno.globalist.it/2013/05/zanichelli-porta-gli-ebook-nelle-care-vecchie-librerie/?utm_source=feedly

Zanichelli parte da un dato di fatto innegabile anche dai più conservatori e scettici: il "libro" è in crisi.
Analfabetismo di ritorno? Troppe tecnologie alternative? Pigrizia?
Non lo so ma è un fatto: si vendono molti meno libri rispetto al passato.
Ed allora bisogna cercare metodi diversi per far circolare la cultura o, secondo il punto di vista di Zanichelli, per accrescere il proprio business.

Ecco la sfida: trovare nuovi canali di vendita. L'azienda ci prova e decide di vendere ebook nelle care, vecchie librerie...
Già vedo alcuni che iniziano a sbraitare "sacrilegio!", "impensabile!"

Per come la vedo io è oculatezza; siamo di fronte al nuovo (formato ebook) che affianca il vecchio (libro di carta)... e quale sarà il risultato?
Chi può dirlo: forse questa azione di marketing non farà altro che avvicinare maggiormente le persone al formato ebook tanto che un domani le librerie scompariranno o avranno un ruolo di nicchia ed il nuovo avrà soppiantato il vecchio; oppure potrebbe succedere che le librerie diventino un luogo di aggregazione dove i lettori, tanto di formati tradizionali quanto di libri elettronici si incontrerano per scambiarsi pareri: il giovane ed il vecchio camminerebbero quindi insieme; oppure i lettori si accorgeranno che le librerie sono indispensabili ed il vecchio riuscirà a resistere...

Quale che sia l'epilogo di questa iniziativa, a mio avviso la domanda giusta non è "come andrà a finire?" ma, piuttosto, "cosa preferisco io?"
La cosa importante è comprendere che non è il libro al centro della discussione ma la persona e, in questo caso, la lettura.

Personalmente ho letto diversi libri in forma cartacea e qualcuno in forma elettronica e mi accorgo che dopo alcuni mesi non ricordo il formato del libro ma cosa mi ha trasmesso...
Troppo spesso sento dire "Eh ma l'odore della carta, il poter sfogliare le pagine..."
Secondo me se ti piace la carta continua a sfogliare le pagine dei libri ma sappi che non è quello il punto. Il punto è che oggi si legge di meno.
A volte ho discusso con alcuni genitori che condannavano l'uso dei tablet per i propri figli a scuola: gli stessi, dopo averne acquistato uno scrivono sui social network quanto sia interessante poterlo utilizzare.
Ciò che non si conosce, per molti, è da tenere lontano, da demonizzare, da schernire ma inevitabilmente arriverà un momento in cui diventerà parte integrante della vita di ognuno perchè, lo ribadisco, è l'Uomo al centro non la tecnologia: è stato così per la ruota, per le auto, per internet... per i libri...

Ovviamente se fino ad oggi ho letto 100 libri e nessun ebook, non posso esprimere un giudizio in merito.
Un parere è responsabile quando si ha provato qualcosa altrimenti è un "secondo me fatuo" o, peggio, un "sentito dire"...
Ma se sei tra coloro che hanno letto sia libri in formato cartaceo sia in formato elettronico penso che potrai unirti al mio pensiero: benvenga l'ebook se questo permetterà di avere più lettori perchè è la lettura che scarseggia oggi come oggi... non il supporto che la veicola.